La dipendenza affettiva: perché amiamo ciò che ci fa male

di Dott.ssa Chiara Scognamiglio

L’amore, nelle sue diverse forme di attaccamento e nelle sue manifestazioni più positive e più sane, rappresenta una importante capacità e, al contempo, un naturale e profondo bisogno di ogni essere umano. Talvolta, tuttavia, la frustrazione o l’assenza di esperienze serene di questo sentimento umano, frequenti nell’attuale società ricca di rapporti instabili, possono generare un disconoscimento o una negazione di questo bisogno, che rappresenta invece un importante ingrediente di un sano sviluppo psicofisico e di una buona salute mentale e fisica nella vita adulta.

L’amore per ciò che ci fa male si può agire a diversi livelli: relazionale e affettivo, alimentare, legato all’uso o abuso di sostanze, alle dipendenze dal gioco o dalla rete telematica e tante altre forme ancora! In questo contesto ci soffermeremo maggiormente sull’aspetto relazionale e affettivo. Da un punto di vista relazionale, quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o, ancor peggio, “dolorosa ossessione” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”. Quando si parla di “intossicazione d’amore” si fa riferimento ad una tendenza psicologica e comportamentale che può coincidere con la dipendenza affettiva: una condizione relazionale negativa che è caratterizzata da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei “donatori d’amore a senso unico” malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità. Tale condizione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere interrotta per ricercare un nuovo stato di serenità. Qualora ciò risulti impossibile si è soliti parlare di “dipendenza affettiva” o anche di“droga d’amore”.

Una premessa è d’obbligo quando si parla di dipendenza affettiva: ognuno di noi è dipendente in qualche misura dagli altri, tutti noi abbiamo bisogno di approvazione, empatia, di conferme e ammirazione da parte degli altri, per sostenerci e per regolare la nostra autostima.La vera indipendenza non è né possibile né auspicabile. Ma la dipendenza affettiva può raggiungere una forma così estrema da diventare patologica. In questi casi la persona non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei. Le persone dipendenti sono schive e inibite, quando sono sole si sentono indifese: vivono nel terrore di essere abbandonate e sono letteralmente sconvolte quando qualche relazione stretta finisce. Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni per chiunque intollerabili . Quali sono le caratteristiche delle persone con una dipendenza affettiva dal partner?

Una prima caratteristica della dipendenza affettiva è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro. Troppa energia vitale è impiegata nell’amare o nel ricevere amore e approvazione, poca ne rimane per attività autodeterminate, rivolte al raggiungimento di obiettivi precisi.

La seconda caratteristica è un atteggiamento negativo verso il Sé, per cui si ha un pensiero del tipo: “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli”. Queste persone soffrono di un profondo senso di inadeguatezza.

Un’altra caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse. Chi soffre di dipendenza affettiva è ossessionato da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Quante volte nella nostra vita di bambini siamo stati attaccati da frasi killer del tipo: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento.

Quante volte invece avremmo voluto sentirci dire: ti amo, sono felice di averti, troviamo un po’ di tempo per noi, sei triste? hai paura? mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, che cosa ti ha fatto arrabbiare, ho fiducia in te ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, mi piaci, come sei è bello stare insieme dimmi se ho sbagliato. Il lungo viaggio verso l’autonomia, l’autorealizzazione e quindi il ben-essere non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma piuttosto un obiettivo verso il quale tendere e che coinvolge sempre l’individuo insieme con l’ambiente di cui esso fa parte. Il “non sentirsi OK” proprio all’inizio del percorso di vita porta all’introiezione di un copione disfunzionale, di malessere cronico e fallimento che castra la crescita verso l’autonomia rendendoci depressi, passivi, continuamente richiedenti e bisognosi di un costante appoggio e di conseguenza rafforzando la nostra percezione di “non essere OK” e quindi non volersi bene, non accettarsi sono tutti sentimenti che provocano una profonda ambivalenza nelle relazioni.

Ognuno di noi scrive la propria storia a partire dalla nascita. In termini transazionali a 4 anni si delinea la trama, a 7 i dettagli principali sono definiti, nell’adolescenza la riscriviamo aggiornandola con personaggi più aderenti alla vita reale. Se non siamo consapevoli del copione di vita tenderemo a riviverlo fino alla sua conclusione . Berne definisce il copione: un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, che culmina in una scelta definitiva. Le nostre prime decisioni sono quelle più profonde ed immutabili e determinano in maniera fondamentale l‘assunzione del ruolo con cui ognuno di noi poi recita la sua parte sulla scena del mondo. Con i copioni si assumono ruoli e comportamenti che ci distinguono come: La Buona Madre di Famiglia, La Brava Moglie; La Maestra. “Il nostro copione è dunque quell’unico modo di esprimerci con cui tendiamo a recitare la nostra vita e anche se tale modalità non è necessariamente negativa, sarà comunque, per ogni individuo, un impoverimento rispetto alle sue potenzialità inutilizzate” E’ necessario sapere, però, che ognuno può cambiare il suo copione, esso non è una condanna a vita senza possibilità di indulto, basta “volerlo”! E’ la consapevolezza dei bisogni unita alla “tendenza attualizzante”, connaturata ad ogni individuo e suo inalienabile patrimonio personale, che ci permette di esplorare in maniera creativa nuove possibilità di esistenza . Il grande paradosso del cambiamento è diventare quello che si è!

Essere calati in un continuum di consapevolezza nel “qui e ora” e responsabili delle proprie azioni si traduce nel vivere l’esperienza attimo dopo attimo, nella sua interezza, senza evitamenti e distrazioni che da un lato ci proteggono da dolori e paure e dall’altro ci allontanano dal nostro stesso essere. Restando in pieno contatto con pensieri, emozioni e sensazioni si scopre che è impossibile trattenerli: la vita è un continuo fluire di immagini che richiamano la nostra attenzione e si staccano dallo sfondo chiedendo soddisfazione a determinati bisogni e desideri che, se ascoltati, si dissolvono da soli e dal vuoto che resta emergono nuove esperienze e nuove possibilità. Ecco quindi l’importanza dell’attenzione costante al nostro sentire per interrompere i copioni comportamentali usati e ripetitivi. Non appena, infatti, l’attenzione viene diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni e dei desideri , le persone recuperano la loro “presenza nel mondo” che rende di nuovo possibile assunzione di responsabilità e scelte personali.