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ISM Clinica S.r.l.

Hikikomori e l’esperienza della chiusura: una nuova forma di disagio sociale.

Di Dott.ssa Annunziato Tilde

Hikikomori è un termine giapponese il cui significato è “stare in disparte, isolarsi” (Saito Tamaki,1998); si tratta di una condizione psico-sociale, riguardante bambini, adolescenti e giovani adulti che si caratterizza per una forma estrema di ritiro sociale, ovvero per la tendenza ad evitare qualsiasi contatto sociale con l’Altro (Moretti, 2010). Si tratta di persone, che chiudendosi nella propria stanza, interrompono volontariamente i rapporti con il mondo esterno (Tajan, 2015; Moretti, 2010; Ricci, 2008).

Il termine Hikikomori è stato utilizzato, negli anni 80’, da Saito Tamaki (1998), psichiatra giapponese, quando pubblicò il primo libro sul fenomeno(Tajan, 2015).

Tamaki Saito definisce l’ Hikikomori come uno “stato di completo ritiro sociale che persiste per almeno sei mesi” e che ha un esordio tra i 18 ed i 30 anni; specifica, inoltre, sulla base della propria esperienza clinica presso il servizio sanitario nazionale e le cliniche private convenzionate, che la condizione di isolamento “non costituisce il sintomo primario di altri disturbi psichiatrici”(Saito, 1998). Vista la rilevanza sociale (al momento in Giappone ci sono oltre 500.000 casi accertati), nel 2003, il governo giapponese ha pubblicato un testo di 141 pagine in cui sono state definite precise linee guida per rispondere a tale emergenza e sono stati individuati precisi elementi comuni nei molteplici casi (Teo, 2010):

  • Ritiro completo dalla società per almeno sei mesi;
  • Presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo;
  • Non vi sono i criteri per diagnosticare altri disturbi psichiatrici;
  • Tra i soggetti che presentano ritiro o perdita di interesse per la scuola o per il lavoro sono escluse le persone che continuano a mantenere relazioni sociali.

Per quanto riguarda la sintomatologia, Saitō (1998) definisce il ritiro sociale come il sintomo primario, che può manifestarsi attraverso varie modalità e gradi. L’auto-reclusione nella propria stanza, infatti, può durare alcuni mesi o protrarsi per anni (Aguglia et al., 2010).

Alcuni studi, infatti, hanno evidenziato come questo fenomeno possa avere differenti caratteristiche in Paesi diversi (Teo at al., 2015; Lee et al., 2013; Sakamoto et al., 2005). L’Hikikomori, difatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma “un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo”( Teo at al., 2015). In Italia, contrariamente a quanto si pensa, le stime, seppur non del tutto affidabili, parlano di migliaia di casi e il numero potrebbe essere destinato ad aumentare se non si procede con adeguati interventi di informazione e sensibilizzazione, non solo sul singolo individuo ma a più livelli, coinvolgendo l’ambito familiare e l’ambito sociale, in particolare la scuola (Moretti, 2010).

Come evidenziato recentemente da Giannini e Loscalzo (2016), gli adolescenti italiani sono caratterizzati da livelli elevati di ansia sociale e, dal momento che l’Hikikomori potrebbe rappresentare una forma estrema di questo disturbo (Nagata et al., 2013), nel nostro Paese potrebbe essere diffuso senza essere riconosciuto come tale. L’associazione nazionale di supporto e informazione Hikikomori Italia, fondata nel 2013, oggi conta migliai di casi. Il gruppo Facebook Hikikomori Italia- Genitori conta circa 1080 membri (www.hikikomoriitalia.it).

Ricci (2014) ha descritto l’impotenza e l’incertezza come segni visibili della crisi della cultura moderna, la pressione di realizzazione sociale e il corpo sottratto allo sguardo dell’Altro, come alcuni degli elementi distintivi del fenomeno Hikikomori. La pressione di realizzazione sociale è un fattore trasversale in molti casi di isolamento volontario; l’Hikikomori si isola per fuggire dalla competizione sociale e ricerca nella propria abitazione un luogo sicuro dove non essere osservato e, dunque, giudicato (Sagliocco, 2011). Difatti, pare che l’Hikikomori scappi da tutte quelle situazioni in cui possa essere attivato un meccanismo di confronto sociale e di auto-valutazione (Sagliocco, 2011; Ricci, 2008). Le emozioni principalmente dominanti risultano essere la paura di fallire  e/o di essere giudicati per le proprie mancanze e la vergogna.

Il giovane Hikikomori, nel privarsi di una parte fondamentale di se stesso, che è quella dello sguardo degli altri, si “auto-mutila”; allo stesso tempo, la sottrazione allo sguardo degli altri è probabilmente un modo per far notare la propria esistenza, dare voce al silenzio (Ricci, 2008).

A questo proposito, alcuni autori suggeriscono di distinguere tra Hikikomori primario e secondario, ovvero tra una condizione di reclusione volontaria che non può essere descritta facendo riferimento alle categorie diagnostiche presenti all’interno del DSM-5 (APA, 2013), e tra persone la cui reclusione è una conseguenza di un altro disturbo psichiatrico, come disturbi dell’umore, disturbi pervasivi dello sviluppo, disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo (Teo et al, 2015; Suwa & Suzuki, 2013).

I ragazzi con Hikikomori presentano spesso alcune fobie, come la fobia scolastica (generalmente la prima manifestazione di ritiro sociale, che può rappresentare il primo stadio del successivo rifiuto di uscire dalla propria stanza (Zielenziger, 2006), l’antropofobia, ovvero la paura della gente e dei contatti sociali, che si sviluppa secondariamente al ritiro sociale e comporta un peggioramento del quadro clinico; l’automisofobia, ovvero la paura di sporcarsi, che può evolvere in disturbo ossessivo-compulsivo; l’agorafobia, con il conseguente evitamento dei luoghi in cui sarebbe difficile avere soccorso o sostegno in caso di attacco di panico o di un forte stato di ansia (Saitō, 1998).