A cura della dott.ssa Simona Durante.

Tik tok è un social network nato nel settembre 2016. Nonostante sia relativamente giovane, risulta l’app più scaricata del 2019 con circa 1.5 miliardi di download totali. I suoi contenuti sono video brevi e incisivi della durata compresa tra i 15 e i 60 secondi. 

L’algoritmo dell’applicazione apprende le preferenze dell’utente e propone contenuti altamente personalizzati.

L’utenza di Tik Tok è costituita principalmente da giovani della Generazione Z (i nati tra 1995 e 2010) e Generazione Alpha (i nati dopo il 2010) infatti circa il 46% degli iscritti ha un’età compresa tra i 13 e i 20 anni.

Cosa rende questo social così attraente e cosa lo differenzia dalle altre piattaforme?

Un elemento fondamentale è la user experience: Tik Tok offre una modalità veloce di fruizione del materiale video – assimilabile allo zapping con il telecomando del televisore – tale per cui aumentano le probabilità che un contenuto diventi virale e che i suoi creators ottengano popolarità con minor lavoro e costi.

Le possibilità offerte rendono la piattaforma uno spazio virtuale appetibile, anche per coloro il cui scopo è consolidare la propria social credibility o ampliare il proprio bacino di utenza, come imprese, aziende e lavoratori autonomi.

Tik Tok ha raggiunto il picco di popolarità durante l’emergenza pandemica del 2020 e, secondo il sondaggio Global Web Index, la generazione Z ha dichiarato nel 31% dei casi di “stare meglio” grazie al social, ancora, il 72% ha affermato che i meme sul coronavirus hanno dato la sensazione di poter affrontare la pandemia.

Nonostante le innumerevoli potenzialità, anche Tik Tok, come evidenziato dalla ricerca scientifica, può avere delle ripercussioni sulla salute psicologica degli adulti e, ancora di più, su coloro in fase di sviluppo.

Il dipartimento di psicologia e scienze comportamentali di Zhejiang in Cina ha condotto uno dei pochi studi che esamina gli effetti di Tik Tok sul cervello di giovani studenti universitari cinesi. Lo studio dimostra che i video raccomandati dall’algoritmo dell’app attivano i centri di ricompensa del cervello a differenza degli altri video generici mostrati agli utenti e  che le aree cerebrali coinvolte nella dipendenza erano altamente attivate durante la visualizzazione dei video raccomandati, motivo per cui i partecipanti allo studio mostravano difficoltà nell’interruzione della visione.

Da uno studio, pubblicato nel 2011 sulla rivista scientifica Pediatrics, è emerso che i bambini abituati a guardare video e cartoni ad elevata attività risultavano meno prestanti nei test rispetto ai bambini abituati a trascorrere il tempo disegnando o guardando video educativi.

Altri studi come quello di Orben, Przybylski e Blakemore hanno individuato due periodi nell’adolescenza in cui l’utilizzo massiccio dei social media ha stimolato valutazioni più basse di “soddisfazione per la vita”: la gratificazione scende intorno alla pubertà – dagli 11 ai 13 anni per le ragazze e 14 anni a 15 per i ragazzi – e poi ancora, per ambo i sessi, intorno ai 19 anni.

Nonostante un corpus ancora esiguo di studi, l’insorgenza di disturbi dell’attenzione e della capacità di problem-solving, in seguito alla visione di video brevi e altamente attivanti, si può dire certa, così come ad un uso massiccio dei social è correlata una minore soddisfazione della vita. Pertanto si rivela indispensabile ragionare su misure educative preventive per salvaguardare lo sviluppo dei giovani nativi digitali e promuovere uno stile di vita qualitativamente alto. Pensare nuove prospettive educative non può prescindere né da una valutazione delle esigenze evolutive delle nuove generazioni né da uno sguardo olistico che integri tali esigenze ad un contesto sociale e familiare in continuo mutamento. Le società moderne si fondono alle nuove tecnologie e ai social network, il cui uso – come evidenziato da studi post emergenza pandemica – non può essere considerato in un’ottica riduzionistica che ne prenda in esame solo i potenziali effetti nocivi, altresì la demonizzazione dei social e di internet, non può più costituire una misura educativa conformabile a generazioni che l’assenza di internet non l’hanno mai conosciuta.

Bibliografia.